"Consolati: tu non mi cercheresti, se non mi avessi già trovato». Così scriveva Pascal. E aveva ragione, come sempre.
Sono nato in una di quelle famiglie cattoliche dove la domenica è sacra quanto il bilancio di fine mese. Messa alle dieci, pranzo alle una, sonnellino pomeridiano. Puntualità svizzera per omaggiare l'Eterno. Da bambino l'oratorio era il mio regno: calcio, catechismo e Ave Marie. Un miscuglio che funziona da duemila anni. Con gli scout ho poi scoperto che pregare sotto le stelle è tutt'altra cosa che sotto le volte affrescate di una chiesa. Dio parla più chiaro quando c'è meno rumore intorno.
Al liceo ero il primo della classe in religione. Non per vocazione, ma per quella meticolosità da primo della classe che non fa sconti a nessuna materia. Neanche al Mistero. I teologi mi affascinavano come enigmi da decifrare. Sant'Agostino lo leggevo come si legge un romanzo giallo: cercavo indizi. Ma studiare Dio è come studiare il nuoto sui libri: puoi sapere tutto sulle bracciate senza saper galleggiare. “Chi accresce il sapere, accresce il dolore”, dice il Qoelet. Ed io accumulavo nozioni teologiche come francobolli, senza capire che la collezione non vale nulla se non c'è la passione del collezionista.
Da giornalista ho visto la fede indossare abiti diversi in ogni angolo del mondo. Ho intervistato cardinali e mafiosi – talvolta più sinceri i secondi dei primi. Cercavo ancora, non ho mai smesso, ma con l'entusiasmo di chi compila la dichiarazione dei redditi. San Paolo direbbe che avevo “zelo per Dio, ma non secondo una retta conoscenza”. Io direi più semplicemente che cercavo Dio con lo stesso trasporto con cui si cerca un parcheggio: per necessità, non per amore.
Poi l'imponderabile. Estate 2018. Un ritiro spirituale – di quelli che si fanno pensando “tanto non succederà nulla”. Meditavo sulla parabola del figliol prodigo, quell'eterno racconto del ritorno che i preti ci propinano dalla notte dei tempi. E all'improvviso, come un fulmine a ciel sereno, ho capito che ero io quel figlio. Sono uscito dalla cappella come un forsennato, gridando contro quel cielo che sembrava sordo da sempre. Ed è lì che è accaduto. Nel silenzio totale. Nel momento in cui avevo finito le parole. Dio mi ha trovato.
Non è stata un'apparizione con angeli e trombe. È stato un silenzio che parlava più forte di qualsiasi predica domenicale. Kierkegaard aveva ragione: “La fede comincia precisamente là dove finisce la ragione”. La mia ragione era finita, esausta, a secco. E proprio lì è sgorgata la sorgente.
Ho compreso, in un istante, ciò che la Chiesa insegna da sempre sulla grazia. Non servono opere per conquistarla, non serve essere bravi ragazzi per meritarla. È un dono gratuito, immeritato, sconvolgente. Come scriveva San Paolo agli Efesini: “È per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi, è il dono di Dio”. Parole che avevo letto mille volte e mai capito.
Da quel giorno vivo come uno che ha scoperto un tesoro nel proprio giardino dopo aver passato la vita a cercarlo in terre lontane. La spiritualità non è più un esercizio intellettuale ma un incontro quotidiano. Non cerco più una religione perfetta ma una relazione autentica. Il Salmo 42 lo dice meglio di quanto potrei fare io: “Come la cerva anela ai corsi d'acqua, così l'anima mia anela a te, o Dio”.
Non so dove mi porterà questa strada. So solo che la Chiesa, con tutti i suoi difetti umani, troppo umani, resta il luogo dove il Mistero si fa carne. Dove il pane diventa Corpo e il vino diventa Sangue. Dove, nonostante tutto, Dio continua ad aspettare i figli prodighi come me.
Il mio augurio? Che questa luce che mi ha trovato quando avevo smesso di cercarla possa illuminare anche voi. Perché, come diceva Santa Teresa d'Avila: “Solo Dio basta”. E credetemi: basta davvero.